"What is poetry?"
di Lawrence Ferlinghetti (nel giorno del suo compleanno)
Is it the voice, of the Fourth person Singular
E' LA VOCE della 4 persona singolare
Is it the voice, within the voice of the turtle
è la voce, dentro alla voce della tartaruga
Is it the face, Behind the face of the race
è la faccia, dietro la faccia della razza
Poetry is made of night though
LA poesia è fatta di pensieri notturni
If it can tear it self away from illusion
Se può strapparsi via dall'illusione
It wil not be disowned, Before the done
non sarà ripudiata, prima dell'alba
Poetry is made by evaporating
La poesia è fatta evaporando
The liquid laughter of youth
La risata liquida della giovinezza
Poetry is a book of light at night
La poesia è un libro di luce di notte
Dispersing clouds of unknowing
che diffonde nuvole di non sapere
It hears the whisper of Elephants
sente il sussuro degli elefanti
And seas how many angels dance On the head of a pin
e guarda quanti angeli danzano sulla testa di uno spillo
And how many angels and devils dance on the head of a phallus
E quanti angeli e diavoli danzano sulla pinta di un fallo
It is a humming a keening
è un ronzio, un lamento
A laughing a sighing at dawn
una risata un singhiozzo all'alba
A wild soft laughter
e una morbida risata selvaggia
It is the final gestalt of the immagination
è la gestalt finale
Poetry should be emotion
La poesia dovrebbe essere emozione
Recollected in emotion
Ricordata ..nell'emozione
http://it.wikipedia.org/wiki/Lawrence_Ferlinghetti
domenica 24 marzo 2013
Che cos'è la poesia
Etichette:
poesie
Ubicazione:
San Francisco, California, Stati Uniti
giovedì 21 marzo 2013
La poesia 2.0 in cerca di pubblico

mario baudino
, LaStampa (21.03.2013)
Un festival letterario decide di lanciare un censimento dei poeti
italiani fra i 20 e i 40 anni. Ma per farlo deve prima rispondere a una
domanda: che cosa si intende per poeta, quando complice il web i versi
sono dovunque e, come ci fa osservare l’editore Nicola Crocetti, se si
digita la parola «poesia» le segnalazioni possono essere 108 milioni su
Yahoo e 72 milioni su Google? Bisogna scegliere. Quelli di Pordenolegge
hanno così stabilito un criterio in apparenza complicato, basato su una
specie di catena di Sant’Antonio: sono partiti da una ventina di giovani
poeti ben riconoscibili, chiedendo di indicarne altri e via via
arrivando per incroci ai primi 284 autori.
Hanno dovuto stabilire anche i requisiti editoriali di base: dovevano
essere autori pubblicati in volume, raccolte, antologie, riviste di
carta o digitali, ma garantiti e mediati da un curatore. Niente fai te,
dal self publishing a Facebook, alle poesie inviate autonomamente a siti
letterari. Un meccanismo un po’ complicato. «Ma anche semplice -
replica l’ideatore, il poeta Gian Mario Villalta - perché in fondo è
basato sul passaparola. L’esistenza di un mediatore serve anche per
garantire un minimo di comunità». Perché nel web, dove sembrerebbe
dominare il principio che uno vale uno, il risultato è spesso che tutto
vale zero. «Il web crea dei tunnel dove alcuni parlano fra loro, e
credono di parlare al mondo». Con i suoi numeri inimmaginabili, forse
sta cambiando la poesia. E nello stesso tempo, funziona come una
gigantesca macchina di scrittura.
Un poeta molto noto come Giuseppe Conte ci invita a un piccolo
esperimento: scrivere nella striscia di ricerca di Google il titolo di
un suo breve componimento, Energia mutabile.
Il risultato è impressionate, perchè il testo (molto bello: «L’amore
vero, tu lo sai, è volere/la gioia di chi non ci appartiene/è questo
uscire, traboccare//da se stessi come il sangue dalle vene/ per un
taglio, è l’irrinunciabile,/ amore energia mutabile eterno bene»)
rimbalza da una quantità di pagine e siti i più imprevedibili, letterari
e non, persino vagamente pubblicitari. «A volte anche trascritta male,
ma che importa? - dice Conte -. La poesia viaggia in rete in modo
imprevedibile». Il nemico non è certo il web, semmai un clima culturale,
«che de determina - sono ancora parole di Conte - la perdita di senso
politico-sociale. Se poesia è una piccola esternazione personale, tutti
sono poeti. Ma se lavora dentro il linguaggio nel senso dell’utopia,
della liberazione, della ribellione, dei grandi sogni, ecco, diventa
rarissima. Perché viene messa da parte, condannata all’irrilevanza?
Rispondo che questo è un problema della società, non dei poeti».
In piena età romantica P. B. Shelley scriveva che «i poeti sono i non
riconosciuti legislatori del mondo». Oggi non vale più? «La poesia è
l’essenza della libertà, e dall’800, da Walt Whitman in poi, la vera
essenza della democrazia. I poeti non possono fare solo i poeti». Il
rischio è infatti quello di un «poetichese» di massa, a volte languido a
volte rancoroso, quasi sempre banale. Moltiplicato per milioni di
scritture. Se per Villalta l’abbondanza è illusoria («Quando torniamo a
considerare quelli che lavorano seriamente, sono i numeri di sempre»)
per Conte la quantità non è di per sé una minaccia: «Chi vuole cercare
la poesia, la trova». E Nicola Crocetti, che da decenni tiene viva con
la sua piccola casa editrice e la rivista «Poesia» l’idea che un
pubblico esista, ci fa osservare come, quando curò per il Corriere della sera una serie di libri di poesia in vendita col giornale, ebbe risultati straordinari.
Racconta però anche una delle esperienze (ricorrenti) più dolorose.
Alle fiere, per esempio a Torino, c’è sempre qualcuno che si ferma
davanti al suo stand, esamina i libri, li posa e interrogato risponde:
«Sì, scrivo, ma non leggo per non farmi influenzare». Sarà una vecchia
cultura parrocchiale, che il web è destinato a spazzare via? Crocetti ci
spera, Alfonso Berardinelli ne dubita. Il critico letterario che nel
‘75 legò il suo nome (con Franco Cordelli) a una celebre antologia, Il pubblico della poesia,
ha un’ipotesi controcorrente: «Può sembrare un paradosso, ma da allora
non è cambiato molto». Già si intuiva «l’enorme quantità dei poeti
emergenti. Negli Anni Settata legati ai movimenti di massa, oggi alla
locomotiva del web». Berardinelli è piuttosto duro: «I poeti teorizzano
che l’essere fuori mercato li rende liberi. Penso il contrario: il
mercato è anche pubblico, e un’arte senza pubblico inevitabilmente
degenera. La mancanza di pubblico è più grave di una possibile “viltà”
della critica, e il web forse ha peggiorato le cose».
Non crede più alla poesia? «Non credo alla poesia come categoria, ma
semmai nelle buone poesie. Per le quali ci vogliono talento,
determinazione e studi». Lei ha scritto un libro dal titolo ironicamente
e feroce: Non incoraggiate il romanzo.
Vale anche per la poesia? «Non mi fraintenda, In Italia abbiamo ottimi
poeti, anzi ottime poetesse, penso a Bianca Tarozzi o a Patrizia
Valduga, a Patrizia Cavalli o a Anna Maria Carpi. Ma non bisogna
dimenticare che nella prosa, dove c’è un pubblico, alla fin fine, se uno
è cretino, si vede. Nella poesia no, eppure ce ne sono, e di prima
forza».
venerdì 8 marzo 2013
io l8, non solo a marzo
QUANDO DIVENTAI UN FRUTTO
Femmina e maschio fui concepita all’ombra della luna
ma Adamo fu sacrificato alla mia nascita,
immolato ai mercenari della notte.
E per colmare il vuoto della mia altra essenza
mia madre mi ha lavato con acqua torbida
e mi ha portato sul pendio di ogni montagna
consegnandomi al rombo delle domande.
Mi ha consacrato all’Eva della vertigine
e mi ha impastato con il buio e la luce
perché fossi donna-centro e donna-lancia
gloriosa e trapassata
angelo dei piaceri senza nome.
Straniera crebbi e mai nessuno poté mietere il mio grano.
Ho disegnato la mia vita su una pagina bianca
mela che nessun albero ha partorito
poi l’ho ritagliata e ne sono uscita
una parte di me vestita in rosso e l’altra in bianco.
Non ero solo dentro o fuori del tempo
perché ho avuto origine nelle due foreste
e mi sono ricordata prima di nascere
di essere una moltitudine di corpi
di avere dormito a lungo
di avere vissuto a lungo
e quando sono diventata un frutto
seppi quel che mi attendeva.
Ho chiesto ai maghi di prendersi cura di me
allora mi hanno presa.
Ero
la mia risata
dolce.
La mia nudità
azzurra.
E il mio peccato
timido.
Mi libravo sulle ali di un uccello
e di notte diventavo un guanciale.
Rivestirono il mio corpo di talismani
e spalmarono il mio cuore con il miele della follia.
Custodirono i miei tesori e i ladri dei miei tesori
mi portarono silenzi e racconti
e mi prepararono a vivere senza radici.
Da quel momento sono in cammino.
Indosso una nuvola ogni notte e viaggio.
Solo io mi dico addio
e solo io mi accolgo.
Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola
in amore non getto l’ancora in nessun porto.
Di notte lascio gran parte di me stessa
poi mi ritrovo e mi abbraccio appassionatamente al ritorno.
Gemella del flusso e del riflusso
dell’onda e della sabbia
dell’astinenza della luna e dei suoi vizi
dell’amore
e della morte dell’amore.
Di giorno
la mia risata appartiene agli altri, ma la mia cena segreta
mi appartiene.
Chi comprende il mio ritmo mi conosce
mi segue
ma mai mi raggiunge.
Joumana Haddad,
Non ho peccato abbastanza (Mondadori 2007)
Femmina e maschio fui concepita all’ombra della luna
ma Adamo fu sacrificato alla mia nascita,
immolato ai mercenari della notte.
E per colmare il vuoto della mia altra essenza
mia madre mi ha lavato con acqua torbida
e mi ha portato sul pendio di ogni montagna
consegnandomi al rombo delle domande.
Mi ha consacrato all’Eva della vertigine
e mi ha impastato con il buio e la luce
perché fossi donna-centro e donna-lancia
gloriosa e trapassata
angelo dei piaceri senza nome.
Straniera crebbi e mai nessuno poté mietere il mio grano.
Ho disegnato la mia vita su una pagina bianca
mela che nessun albero ha partorito
poi l’ho ritagliata e ne sono uscita
una parte di me vestita in rosso e l’altra in bianco.
Non ero solo dentro o fuori del tempo
perché ho avuto origine nelle due foreste
e mi sono ricordata prima di nascere
di essere una moltitudine di corpi
di avere dormito a lungo
di avere vissuto a lungo
e quando sono diventata un frutto
seppi quel che mi attendeva.
Ho chiesto ai maghi di prendersi cura di me
allora mi hanno presa.
Ero
la mia risata
dolce.
La mia nudità
azzurra.
E il mio peccato
timido.
Mi libravo sulle ali di un uccello
e di notte diventavo un guanciale.
Rivestirono il mio corpo di talismani
e spalmarono il mio cuore con il miele della follia.
Custodirono i miei tesori e i ladri dei miei tesori
mi portarono silenzi e racconti
e mi prepararono a vivere senza radici.
Da quel momento sono in cammino.
Indosso una nuvola ogni notte e viaggio.
Solo io mi dico addio
e solo io mi accolgo.
Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola
in amore non getto l’ancora in nessun porto.
Di notte lascio gran parte di me stessa
poi mi ritrovo e mi abbraccio appassionatamente al ritorno.
Gemella del flusso e del riflusso
dell’onda e della sabbia
dell’astinenza della luna e dei suoi vizi
dell’amore
e della morte dell’amore.
Di giorno
la mia risata appartiene agli altri, ma la mia cena segreta
mi appartiene.
Chi comprende il mio ritmo mi conosce
mi segue
ma mai mi raggiunge.
Joumana Haddad,
Non ho peccato abbastanza (Mondadori 2007)
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