venerdì 19 agosto 2005

Pamparato 2005


Una Poesia per Pamparato,
edizione 2005



DAL MARE SI TORNA
Giovanni Galli, Savigliano CN
1° Premio assoluto

Dal mare si torna sventolando una mano e la voce.
Sulle labbra, i morsi del sale m’accrespano il sangue
e le nenie, sul fondo, d’una donna che ormai ha scordato l’amore.
A certi vecchi piace essere padroni
e rimestare, col bastone degli anni, il giorno dei figli.
Il giorno s’accascia, sfibrato, tra spuma e conchiglie
e l’onda, ripresa dal gorgo, lo perde lontano.
Anche mio figlio, bruciato dal sole, si perde
fra tele bianche di sogno e, senza parlare,
intreccia canti di grilli e di rane.
La luna, piena, tra i rami s’impiglia
 e non scende allo stagno, se non per tremule scaglie.
Ogni scaglia un’ila, dalle verdi vesciche, ci salta
a cercare la notte e l’amore.
Noi, appoggiati al muro, ci s’imbianca di luna
e si aspetta, dolce indugio, il tonfo dell’acqua e del cuore.

Dal mare si torna balzando i gradini d’un bigio vagone
che inganna, stridendo, il foglio del tempo.
Il tempo non concede che un bacio, o un sussurro,
e vien da piangere sul volto aperto dell’unica donna
che, ieri notte, nuda s’è offerta all’umido ventre.
Al caffè si giocano, a carte, il braccio di mare
e lo scoglio dove il cefalo, argentee squame,
abbocca gonfio d’acciughe e di fango.

Dopo il fischio, Spotorno è un grumo di scisti, di lumi,
di reti, di sabbia e di vento.
Un nome, sul foglio del tempo, ove i treni rifiatan di rado
ma è bello vederli passare ebbri di luce e di gente
che torna dal mare ove attende una donna.
La timida lucciola, agli scambi, manovra lanterne
e ricordi di biondi fanali ove nacque l’attesa e l’amore.
Nella buia corrente la cubomedusa, dal quadro mantello,
incendia i ragazzi che s’amano in mare.

Dal mare, talvolta, si torna avviliti ed è giusto si pianga.

Un giorno, nell’umida ombra dell’orto,
ai fanciulli diranno che sono vecchie ferite di falce o di vanga.





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COME IL TUO IL MIO PASSO VACILLA (a F.)
Giovanni BOTTARO
Secondo classificato

..un altro ha una malattia che spezza l’animo. Non v’è
un uomo al quale Zeus non infligga molti mali.

                                                    Mimnermo, frammento 2

Il termine che ti condanna – E p i t e l i o m a –
impasta la lingua. “Non esistono cure.”
- La chemio? – “Un palliativo!” Parola d’oncologo.

Indifferente il sole balugina:
presagio un’ombra alla vigna
fra tralci avviticchiati alle canne.

Fanciullo vestivi calzoni sdruciti
- eredità d’un fratello –
Zampettavi – già scalzo – al tepore di marzo.

E mi rammenti - insofferente –
di spighe l’aia ingombra
del pagliaio lo stollo

l’ingordigia della trebbia

dell’aria polverosa della nebbia
i rebbi
della seta ammansita dal pozzo bevendo.

Ora che il grano imbiondisce
la tua terra sfama gramigne.
Assenza – la tua – scolpiti sui vetri della stalla
opachi per i tranelli dei ragni.

Alla catena il cane guaisce
grato agli avanzi del tuo pasto.
Non sa dell’autunno. Del calare del giorno.

Sarai – di sicuro – lontano d’inverno.

E il tuo focolare
assorbirà tra la cenere la nicotina
(ma era il tabacco – che ti ha ingiuriato –
conforto per qualche minuto).

Nella camera umida il letto disfatto
Sulle pareti sbucciato l’intonaco.

Sarà solitudine – ti darà pace? –
la tua fanciullezza
nel reticolo d’urne
(ti accoglieranno ossa inquiete).

Tu non hai conosciuto l’ebbrezza del gioco.

Partita crudele – dicono – sia la vita.
Zoccolando tra nuvola e zolla
cavalcano ippogrifi i ricordi.

Come il tuo il mio passo vacilla.

A Monselice (Padova),
22 maggio 2004






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 NOSTALGIE D’ANIMA
Floriano MANGIANTINI
Terzo classificato

Alita un velo
di lieve zefiro
nell’aria indocile
cavalca il cielo
spargendo nuvole
come gomitoli.
Oggi, proprio come allora
quando vorticava
la neve delle acacie
sparsa su vicoli di silenzio,
ancora ci abbaglia
il luccichio della Candalla
Innocenza eravamo, ranocchie elastiche
rannicchiate sullo specchio del ruscello
ammirando il tremolare
di diamanti di sole
frantumati in schegge sulla corrente.
Ascoltavamo smorzata quiete d’erba
che nasceva nel rumore
d’inviolabili silenzi,
e sibilanti i sassi delle fionde
su bersagli mobili, d’ombre.
Gambe esili di corpi smilzi
saltavano pozzi di fossi in sintonia
mentre il frinire delle cicale
inondava i vacui meriggi dell’anima.
Respirare proprio qui il ricordo
di quel tempo,
di poggi ricoperti a cielo
e una campagna pigra
fra odor di gelsomini.
E la sera stelle
aurei coriandoli
nel cielo limpido
tenui fiammelle
fra danze agili
su aie in musica.


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lunedì 4 luglio 2005

Dal Forum


Poesie di...
Irene Pizzimenti




Tra mille fili d'erba

Ed il passare lento del mio dito sui tuoi occhi
è silenzioso ritrovarti
Carezza la tua mano che si fa storia sul mio viso
Ad occhi chiusi le tue dita
riscoprono ad una ad una righe che sul mio volto
hanno scritto di lunghe attese

E silenzioso si annulla il tempo col suo dolore

Scritture di futuro giocano tra ciocche brune
di capelli luminosi al sole
Abbandonate braccia ci scorre addosso liberatorio
tra mille fili d’erba verde il viverci


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PROFONDA PRESENZA

E l’attimo
diventa
tempo senza fine

lancetta piccola che scandisce
segretamente
all’anima
parole chiuse al tempo
trasforma i corpi
nel suo silenzio pieno
sospesa
mi tieni stretta
vortici lenti
le nuvole
vestono di bianco l’emozione
scivola dentro ogni forma

piacere che si perde nel piacere
profonda presenza
l’estasi
sorride

finito
il tuo infinito
tocca



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APPARTENENZA

Ed è emozione
questo cercarti ancora
Ed è attesa lo stesso non averti
sogno che si vive sveglio
Attimo che si ripassa lento
ogni attimo
Tenerezza profonda
di un sentirmi dentro te
di un sentirti dentro me
-Appartenenza-
Per quel suo essere
nello stesso essere
Canto che
non ha bisogno di parole
Musica che
suona senza alcuna nota
Stupore che
non si addormenterà
mai nell’anima

Ed è silenzio ora
vestito della tua stessa vita
colorato dal ricordo dei tuoi suoni
Sosta imposta che diventa Attesa
Risalita tua da un vuoto
che profondo
ti serra ogni via d’uscita
Ed io che qui t’aspetto
Ed è emozione questo mio viverti
tenace doloroso
sfida e prigionia
contro ogni senso
contro ogni tempo
contro lo stesso vivere



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ANDAVO BAGNATA

Scrosci d’acqua secchiate argentine
da vecchi balconi finestre del cielo
mi coprono tutta

Dentro il mio corpo

Maglietta incollata ai miei seni
rido e cammino
strizzo felice i lunghi capelli
mi levo le scarpe
schizzo di schizzi questi miei giorni

Sorridi bagnato

Tenero mi poggi sul muro così…sotto l’acqua
su una vecchia sporgenza la gonna si sposta
in piedi a sfiorarmi ti inchini leggero

fronte la tua sulla mia
occhi incantati di pioggia

Noi fermi

quasi paurosi di sciupare l’istante
toccandoci appena

L’acqua non sento
l’acqua non senti

Scrosci bagnati a lavare i giorni

Incollata maglietta io stessa
mi scrivo di te



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SCACCO MATTO

Affollato il tavolo
nervosi i giocatori

Io
posta
senza storia
io noia
egoista
io
dama
che gioca
duro
Io
donna
fredda
che segna
distacco

Incredule voci
sussurrano

Scacco matto…

Mi alzo invidiata
prendo il piatto
lo osservo
lo svuoto per terra

Mi infilo il cappotto
esco
fuori l’aria mi avvolge

Respiro stanca
fanali antichi
compagni di strada
mi illuminano

Io
donna
sola
vado

nel vento si ascolta

Scacco matto



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SEILA

Il tuo viso è muto
le tue labbra mordono finalmente il pane
Mangi mentre osservi
luoghi sconosciuti, gente sconosciuta
sei sola...


I tuoi occhi scuri e gonfi
chiedono perché
in un silenzio pieno di paure.
Alle spalle senti ancora
il rumoreggiare del mare
i suoi mormorii cupi imbronciati
e quel barcone triste
pieno di gente in lacrime

Mordi il pane finalmente

Il tuo vestito strappato grida dolore
bisogni ricatti atrocità
Nel tuo cuore
il mondo resta lontano
legato ad un'isola, a dei sorrisi
a delle mani ancora troppo care

Ma tu
non sai dire...

Mangi il pane finalmente
in una terra sconosciuta straniera vuota

E il tramonto scende
e il tramonto invade ora il tuo cuore
ma tu non sai dire...

E le manine sole
silenziose adesso

si stringono ferite
attorno a quell'unico sicuro mondo tuo...

Il pane.



Irene Pizzimenti

Le poesie di I.Pizzimenti sono presenti sul nostro forum al link:

lunedì 8 novembre 2004

Piossasco 2004


Concorso internazionale di Poesie e Sensazioni
ANTICHE COME LE MONTAGNE
Edizione 2004

Poesie Premiate:

1° CLASSIFICATA
L’ORTO

E d’improvviso
Ti rivedo Padre
Con il sole che t’illumina,
il viso già scuro dell’estate,
vaghi senza posa tra riquadri d’insalata,
e tenere fragole,
rincalzi, smuovi, zappi ore d’amore,
celebri attimi di fede.
Ami la terra e con sapienza
La sai coltivare.
So che mi ami teneramente,
quando mi porgi fresche verdure, il tuo sorriso
mi fa zolla dove tu hai seminato
tutto l’amore dell’anima .
Da quando non camminasti più
Per il verde sentiero, diventò ombroso il tuo orto.
Il tuo passo è rimasto sospeso nell’aria del rimpianto.
Nell’ottuso silenzio si fa nido
Il vuoto della voce,
bucherei l’invisibile muraglia,
sarei oltre quella soglia,
che divide il mio gesto
dal tuo viso.

ADRIANA MONDO 





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2° CLASSIFICATA
L’ODORE DEI RICORDI

E la fiamma brucia-madre-
E riverbera fragranze
D’un pane ancora caldo
Com’è proprio vero-Nietzsche-
Che il nostro genio
È negli odori che ci assalgono
Grumi di memorie guizzano
Dal braciere dell’incenso sull’altare
Dalla perseveranza della menta
Sui balconi
E tornano bagliori
Di giorni immemorabili
Con gli effluvi di zagare e di salvia
D’un gelsomino indomito nell’orto
Tornano fiamme sopra i sassi
A illuminare petali d’incanti
E a incenerire
Il quieto oblio dei sogni
Io non ricordo che gli odori-madre-
Che fragranze della vita
Delle tue bianche mani
E olezzi d’amido e di salsa
D’allegria e di festa
Come il tuo pane-madre
Oggi un profumo
Sazia la mia anima
Io non so vivere
Senza gli effluvi dell’infanzia
Tutta la mia ricchezza-madre-
È nell’odore dei ricordi
Che permane.

GIANCARLO INTERLANDI



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3° CLASSIFICATA (ex-aequo)
CELLULE IMPAZZITE

Ritrovare il calore di un attimo,
La lampada che dondola sul disegno di una stanza,
È l’impronta che calca la mia vita
Per raccogliere strisce di mattini
E provviste di stelle , la sera.
Ora che ti racconto
Passeggi di immagini,
Del cane che trotterella dietro al padrone,
Dei piccioni che annaspano cartocci
Nella ciprea di un chiostro,
Tu giochi con i trucioli
Dei miei capelli
Per nascondermi la tua croce d’uomo.
Lo so del fiore di cellule impazzite
Che germoglia nel tuo corpo,
Ma cerco di combinare dialoghi
Per sottrarli dagli odori dell’etere,
Per strapparti dalla tazza della tisana
Che vuota inganni ad ogni tuo sorso.
Voglio schiodare battesimi di tormenti
Dalle reliquie della tua tristezza,
Per rivedere trasparenze di vivere
Nel tuo sorriso, che mi tiene legata
Ad itinerari d’amore
Sulla strada della speranza.

PIA BANDINI



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3° CLASSIFICATA (ex-aequo)
IL SILENZIO FORSE E’ UN GRIMALDELLO

M’hanno detto che il silenzio prolungato
più che chiave è forse un grimaldello.
La tua porta resta ancora muta e chiusa.
Tu non scrivi né mi chiami, forse piangi;
Io soffro, non piango né ti scrivo.
Per resister al supplizio del silenzio,
Attesa senza quasi più speranza
Della dolce tua voce di contralto,
Son legato strettamente alla poltrona
Come Ulisse all’albero maestro.
Fumo il doppio, veglio insonne, tormentato,
Scorre lenta la mia notte senza luna.
Forse è un segno, finalmente ho capito:
Io resisto, tu resisti: siamo folli.
Al tornare della luce ti rivedo,
Più sfocata nel miraggio del mattino.
E’ da tempo che non scorgo la tua mano
Nel saluto fugace del commiato.
Forse un giorno scopriremo con rimpianto
Che cessato è il desiderio che bruciava.
Non son più nei sogni tuoi, se mai vi fui.
Resterà solo il ricordo di quel mare,
Di quel vento, delle rapide correnti.
E’ fantastico il viaggio immaginario
Dello scrivere le storie di passione.
Immaginato il viaggio, ma reali
Le persone, il cuore, il sangue ed i timori.
Spaventati da marosi travolgimenti,
Non aprimmo mai le vele al navigare.

LUCIANO ROSSI




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4° CLASSIFICATA (ex-aequo)
ALLORA, SARA’ LA TUA FESTA…

Quando, per te,
Ogni giorno,
Raccoglieranno
Gialle mimose
E i tuoi capelli
Trarranno bagliori
Dal sole d’oriente…
Quando, per te,
L’arcobaleno
Cederà i suoi colori,
Per cancellare
Il nero delle tue vesti…
Quando, per te,
Sarà dolce
Sorridere alla vita,
Guardando un uomo negli occhi,
Senza abbassare i tuoi…
Quando, per te,
Non ci saranno
Sentieri già tracciati,
Ma tesserai le fila
Della tua vita…
Quando, per te,
La dignità conterà
Più dell’essere uomo o donna…
Allora… sarà la tua festa.

MARIATERESA BIASION MARTINELLI




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4° CLASSIFICATA (ex-aequo)
SI SONO SPENTE LE NOSTRE CANZONI

Ho vissuto giorni che non volevano dire niente
Ed altri che avevano il calore dei cieli estivi.
Mi hai insegnato, con gli anni, il senso della vita,
Ma per capire i tuoi impossibili orizzonti
Ho dovuto aprirlo quel giglio
Che tenevi segretamente sotto il cuscino.
Quando le costellazioni boreali mi fanno compagnia
La mia fragile estate si confonde
Nelle lente stagioni della memoria.
Ho avuto per culla una città di nebbia.
Ferrara è sfuocata come un quadro di Rosai
Ed il Po appare dalle brume dell’infanzia.
Sono cresciuto tra scirocchi e libecci pungenti.
Pifferi di canne verdi
Soffiano brezze dell’età adulta.
Assetato, come il mare che divora la sabbia,
Ascolto voci oscure degli anonimi sobborghi,
Vivendo ballate notturne senza nome.
Io prediligo il sonno
Ed adoro lasciarmi trascinare
Dall’eterno tuo apparire.
Dentro un urlo di mistral tempestano i tuoi capelli
Sugli occhi della mia irrequietudine.
Nel trepido silenzio
Dei giorni che non hanno passato,
Sopra una collina di braccia tese,
I sogni incalzano anime vagabonde.
Ma è presto per cavalcare i sentieri della notte
E suonare milonghe disperate
Nelle vaste pianure degli amori svaniti.
Fred e Ginger non ballano più.
Si sono spente le nostre canzoni.

GIANCARLO ANGELINI